La sintonia manifesta tra Monti e Merkel non sconfigge Lady Spread

L’incontro tra Mario Monti e Angela Merkel non ha stupito i mercati. Non che manchi sintonia tra i due, anzi: il presidente del Consiglio italiano – durante la conferenza stampa che è seguita a un lungo faccia a faccia – ha detto che i tedeschi dovrebbero essere “orgogliosi” dei risultati dell’euro, mentre la cancelliera tedesca ha ricordato che il nostro paese “ha fatto cose straordinarie”. Eppure lo spread, indicatore sintetico del rischio percepito dagli investitori che intendono acquistare titoli del debito pubblico, resta a livelli elevati: ieri il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi ha chiuso a 517 punti.
19 AGO 20
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L’incontro tra Mario Monti e Angela Merkel non ha stupito i mercati. Non che manchi sintonia tra i due, anzi: il presidente del Consiglio italiano – durante la conferenza stampa che è seguita a un lungo faccia a faccia – ha detto che i tedeschi dovrebbero essere “orgogliosi” dei risultati dell’euro, mentre la cancelliera tedesca ha ricordato che il nostro paese “ha fatto cose straordinarie”. Eppure lo spread, indicatore sintetico del rischio percepito dagli investitori che intendono acquistare titoli del debito pubblico, resta a livelli elevati: ieri il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi ha chiuso a 517 punti. Anche le Borse del Vecchio continente, con l’eccezione di Piazza Affari trascinata dal rimbalzo dei titoli bancari, hanno chiuso in terreno negativo. I dati macroeconomici pubblicati ieri, d’altronde, sono stati quantomeno contrastanti: buone notizie dal fronte delle finanze pubbliche italiane, peggio delle attese quelli sul deficit greco, e infine segnali di rallentamento dal pil tedesco (che nel quarto trimestre 2011 è sceso nonostante un aumento complessivo del 3 per cento durante tutto l’anno).

La locomotiva tedesca inizia a risentire della recessione in cui è entrato il resto dell’Eurozona? Probabile, quel che è certo è che Merkel e Monti si sono detti d’accordo sulla necessità di mettersi al lavoro per rilanciare rapidamente la crescita. Le proposte più concrete verranno dal vertice del 20 gennaio a Roma – quello a cui parteciperanno gli stessi Monti e Merkel, insieme al presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy. Intanto ieri la cancelliera ha confermato un’accelerazione dell’entrata in vigore del Fondo permanente salva stati (Esm) e ha fatto riferimento a un migliore utilizzo dei fondi europei; Monti, da parte sua, ha ribadito il bisogno di approfondire il mercato unico europeo.
Il premier italiano ha insistito sul fatto che il nostro paese sta facendo la sua parte e che adesso a muoversi dovrà essere soprattutto l’Europa: “Ci aspettiamo la messa a punto di meccanismi che facilitino la trasformazione di buone politiche in tassi di interesse più ragionevoli”, ha detto in una sorta di accorato appello ai mercati stessi.
E’ proprio sui “meccanismi” in questione che l’Europa continua a discutere, a tutti i livelli. Economisti e analisti, per esempio, insistono nel suggerire un ruolo più interventista della Banca centrale europea, sulla scia di quanto fatto finora da altre Banche centrali come la Federal Reserve americana e la Bank of England. Ieri, a questo proposito, è intervenuto David Riley, responsabile rating sovrani di Fitch: “Serve che entri in azione un acquirente credibile – ha spiegato Riley – ora non c’è e per questo abbiamo una serie di paesi sotto osservazione. La Bce deve essere più attiva anche se da sola non può salvare l’euro perché la crisi non sarà superata finché non avremo una ripresa economica”. Ma vista l’opposizione di Berlino a ogni ipotesi di monetizzazione del debito pubblico dei paesi in difficoltà, per ora gli stati membri lavorano soprattutto alla modifica di altri aspetti della governance economica.

A questo proposito continuano le trattative per la modifica del cosiddetto Patto fiscale lanciato lo scorso 9 dicembre a Bruxelles, e che 26 stati dell’Ue (tutti tranne il Regno Unito) dovranno firmare entro marzo. Nella terza bozza attualmente in circolazione, sono contenute alcune modifiche ritenute positive dal nostro governo, che infatti si è battuto nelle ultime due settimane per inserirle. Innanzitutto la velocità dell’abbattimento del debito pubblico in eccesso rispetto alla soglia del 60 per cento del pil è per ora “calmierata” dal riferimento esplicito alla legislazione comunitaria (il “Six pack” già in vigore), meno brutale rispetto alla diminuzione di un ventesimo dell’eccesso per anno che invece era imposta originariamente dal Patto fiscale. Da adesso in poi si dovrà infatti tenere conto di “fattori rilevanti” come la sostenibilità di lungo termine del sistema pensionistico e lo stock del debito del settore privato, oltre ovviamente al ciclo economico.

Poi c’è la questione della tempistica: le norme comunitarie del “Six pack” in realtà sono già in vigore per tutti, e l’Italia fino al 2015 ha a disposizione un periodo transitorio durante il quale adeguarsi (ma non senza rischio di sanzioni da subito) al nuovo ritmo di rientro del debito. La vera novità è che il trattato entrerà in vigore dal primo gennaio 2013, dopo che dodici paesi che utilizzano l’euro (non più quindici) lo avranno ratificato. Questa modifica, unita al fatto che le regole sul deficit “avranno effetto nell’ordinamento nazionale dei paesi contraenti entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato”, darà un po’ più di respiro agli stati dell’Ue.